Coronavirus e digitalizzazione

Come l’emergenza ha accelerato il processo

Didattica a distanza, smart working, videoconferenze, webinar, acquisti on line. Il coronavirus ha obbligato tutti noi a familiarizzare con questi termini e con queste tecnologie. La lontananza forzata alla quale l’emergenza ci ha costretti ha indotto anche i più scettici ad aprirsi al digitale. Le famiglie stesse hanno dovuto lavorare su piattaforme on line per “scaricare” e “caricare” i compiti. Il processo di digitalizzazione in Italia ha subito una brusca accelerata, lasciando inevitabilmente qualcuno indietro. Facciamo il punto della situazione.

La digitalizzazione in Italia

Digitalizzazione, dove eravamo rimasti? Nel 2019 l’Italia era fra gli ultimi Paesi (24esima su 28) rispetto ai 5 parametri registrati dall’indice di digitalizzazione dell’economia e della società (Digital Economy and Society Index – DESI). L’indice monitora le prestazioni digitali globali dell’Europa e misura i progressi compiuti dai paesi dell’UE in termini di competitività digitale. Si tratta di un dato che considera connettività, capitale umano e uso dei sevizi internet, integrazione delle tecnologie digitali nelle imprese, sevizi pubblici digitali. Il Rapporto DESI 2019, rilasciato dalla Commissione, evidenziava un percorso di digitalizzazione avviato ma non consolidato.

Sulle competenze digitali l’Italia aveva una percentuale del 44% per quanto riguarda quelle di base. Sul piano delle imprese “solo il 10 % delle PMI vendeva online (ben al di sotto della media UE pari al 17 %), solo il 6 % effettuava vendite transfrontaliere e solo l’8 % circa dei loro ricavi proveniva da vendite online”. Eppure, in questo senso il Governo si era già mosso.  Il Piano Nazionale di Impresa 4.0, (ne avevamo già parlato) varato nel 2018, è un insieme di misure e agevolazioni atte a favorire gli investimenti per l’innovazione e per la competitività delle imprese. Il termine Impresa 4.0 indica le trasformazioni apportate dalle tecnologie digitali applicate alla progettazione, produzione e distribuzione di prodotti industriali a livello globale. Impresa 4.0 promuove, quindi, la Smart Factory (Fabbrica Intelligente o Fabbrica Digitale) quale modello di business innovativo per le imprese.

Peggiore la situazione dei servizi pubblici digitali registrata dal DESI 2019. “Uno scarso livello di interazione online tra le autorità pubbliche e l’utenza: solo il 37 % degli utenti di Internet italiani che ha bisogno di inviare moduli lo fa online”. Eppure, questa emergenza in brevissimo tempo ha reso tutto possibile.

Coronavirus “Allora si può fare”

“Ah, ma allora SI PUÒ FARE! Lo smart working da casa senza creare traffico e inquinamento e senza intasare i trasporti pubblici, o per chi ha figli piccoli a casa magari malati che non possono andare a scuola.
Ah, ma allora SI PUÒ FARE! la didattica a distanza magari durante le allerte meteo o per chi ha qualsiasi altro problema di mobilità.
Ah, ma allora SI PUÒ FARE! il medico di base ti manda la ricetta tramite SMS o email senza dover prendere un giorno di ferie per andare a fare la fila allo studio medico….ah ma allora SI PUÒ FARE”

Questa è solo una parte di un testo che è diventato virale in tempi di Coronavirus. Il post prova ironicamente a porre l’accento su come l’emergenza abbia reso realtà processi di digitalizzazione che sembravano impossibili. L’Italia è riuscita in poco tempo ad alleggerire la burocrazia, a favorire l’interconnessione e la flessibilità.  Il coronavirus ha permesso di svolgere tutte le più semplici attività bancarie, postali, fiscali, ma anche di semplice spesa, al 100% digitali. Il Decreto legge 16 marzo 2020 ha previsto un percorso semplificato per accelerare la digitalizzazione della PA, per attivare rapidamente servizi digitali per cittadini e imprese, e per consentire ai propri dipendenti di lavorare a distanza.

“L’accelerazione della trasformazione digitale, nel rispetto delle disposizioni dell’agenda digitale e con particolare attenzione ai servizi cloud, può essere una risposta davvero efficace all’emergenza” .

Il Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la digitalizzazione

Le aziende hanno cominciato a mettersi al passo e ad attivare il canale delle vendite on line che avevano sempre rimandato. Hanno compreso che questo era l’unico modo per sopravvivere. Allo stesso modo in brevissimo tempo si sono organizzate per concedere ai propri dipendenti la possibilità di lavorare in modalità “Smart” o da remoto.

La rivoluzione digitale e chi resta indietro

La crisi globale causata dalla pandemia di covid-19 ha accelerato dunque la trasformazione della nostra società e della nostra economia. La digitalizzazione però porta con sé, naturalmente, alcuni effetti collaterali. È quanto rileva un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad). Il rapporto evidenzia come la pandemia che stiamo vivendo ha fatto emergere il divario tra persone connesse e non connesse, rivelando quanto il digitale sia ben lungi dall’essere una realtà per molti. “La disuguaglianza nelle capacità digitali sta ostacolando la gran parte dei paesi nel mondo a sfruttare le tecnologie per far fronte alla pandemia del coronavirus rimanendo a casa”, ha dichiarato Shamika Sirimanne, direttore della tecnologia e della logistica di Unctad. Ma non è necessario andare tanto lontano se pensiamo che la didattica a distanza italiana è stata ostacolata, in varie zone del Paese, dall’assenza di connessione o di un pc. Anche in questo caso il Governo è corso ai ripari stanziando fondi per l’acquisto di materiale informatico fondamentale per un corretto svolgimento della DAD (art. 120 del decreto Cura Italia).

Perché ha ancora senso parlare di digital divide

Resta attuale più che mai il problema del digital divide. Il termine è apparso per la prima volta all’inizio degli anni novanta negli Stati Uniti in alcuni studi che indicavano come il possesso di personal computer aumentasse solo per alcuni gruppi etnici. Il concetto di divario digitale è poi entrato nell’uso comune quando il presidente democratico americano Bill Clinton e il suo vice Al Gore lo hanno utilizzato durante un discorso tenuto nel 1996 a Knoxville, in Tennessee. In quell’occasione, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la disparità di accesso ai servizi telematici tra la popolazione del paese. Dopo 24 anni in Italia ha ancora senso parlare di divario digitale, a rilevarlo è un’indagine dell’Istat. Nel periodo 2018-2019, il 33,8% delle famiglie, rileva l’Istituto di Statistica, non disponeva di un computer o tablet in casa, il 47,2% ne aveva uno e il 18,6% ne aveva due o più. La percentuale di chi non ne possiede sale al 70,6% tra le famiglie di soli anziani (65 anni e più), ma scende al 14,3% tra le famiglie con almeno un minorenne. Non solo, dal report emerge che solo 3 ragazzi su 10 hanno competenze digitali elevate. Il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base. Spesso anche caricare i compiti sulla piattaforma condivisa con gli insegnanti diventa difficile, se non impossibile.

App, cloud, CRM etc etc

Questa emergenza sta tentando anche di colmare il divario digitale italiano. Dovremo familiarizzare sempre di più con i termini della digitalizzazione. Non solo e-commerce ma anche e soprattutto APP. Sempre più aziende stanno realizzando nuove applicazioni che consentano di scegliere i loro prodotti da smartphone, pagare e prenotare la spedizione. In un mondo che deve necessariamente essere contactless, la tecnologia dispiega tutta la sua potenza, fornendoci strumenti per operare senza alcun contatto fisico. Anche il lavoro cambia e diventa “condiviso”, attraverso l’utilizzo di spazi virtuali di archiviazione dei progetti e a programmi di customer relationship management. Noi di ADS ne avevamo già parlato, ricordi? . Oggi nessun’azienda può più rimanere indietro. La digitalizzazione avanza ed è necessario rimanere al passo. Vuoi scoprire come fare? Scrivici per una consulenza senza impegno, saremo lieti di accompagnarti alla scoperta dell’affascinante mondo dell’economia digitale!

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